L’alba tragica di Mineo

(Mineo, 21 Novembre 1960)














Fino a pochi anni fa la memoria di quel che accadde una mattina di 60 anni fa, di fronte al “Chianu Jamminu” (Largo Grimaldi) a Mineo, aveva la forma di uno spettro di pietra e calce. È capitato a molti di noi di camminare per via Trinacia in direzione dell’Itria e di fermarci a contemplare quel che restava di un edificio: qualcosa meno di una casa, ma non ancora una rudere anonimo, lacerti di vita quotidiana, carta da parati consunta dal tempo, assi e stipiti di legno residui e un forte e angoscioso senso d’assenza, di passato, di vite spezzate.[*]
La notizia ebbe una risonanza nazionale, se ne parlò nei principali quotidiani italiani (“La Stampa” di Torino, ad esempio) e un servizio speciale fu dedicato da “La Sicilia” di Catania.
La dimensione della tragedia fu subito chiara quando giunsero sul posto i primi soccorritori. Erano le 5 meno 5 quando la signora Concetta Fichera in Indorato accese la luce della cucina, una cucina satura di gas fuoruscito per tutta la notte da una bombola. Mandando in frantumi i vetri delle abitazioni vicine, la potente deflagrazione sventrò l’edificio a due piani in cui vivevano e dormivano tre famiglie (i Cardaci, gli Indorato e i Candia) e danneggiò una casa limitrofa. Risultato fu la morte di 4 persone e il ferimento di altre 12 (tre delle quali in modo serio).
“Le luci del paese si spensero in un baleno per la rottura dei fili elettrici travolti dal crollo, mentre dal cumulo delle macerie si levarono verso il cielo buio prolungate grida di aiuto, cupi e angosciosi lamenti di morte”, così descriveva il giornalista Enzo Asciolla l’atmosfera rarefatta di quei momenti e quello, con tutta probabilità, doveva essere lo stato d’animo e lo scenario che trovò “la gente [che corse] da tutte le parti del paese verso la zona dell’ospedale”. Tra i primi furono alcuni operai forestali (Antonino Roccuzzo, Rosario Martello, Agrippino Sivillica e Giuseppe Candia, fratello di una delle vittime), al buio iniziarono le operazioni di soccorso coordinate dal maresciallo Tommasi della locale stazione dei Carabinieri, mentre si attendevano gli elettricisti per ripristinare la corrente elettrica, i Vigili del Fuoco da Caltagirone e da Catania e da Vizzini altri Carabinieri.
Lo stabile era abitato al pian terreno dai Candia:[**] Francesco, la moglie Valeria Valeri (fiorentina) e i 6 figli (Agrippina, 16 anni; Maria Luisa, 12; Francesco, 10; Concetta, 8; Giovanna e Giuseppe, di 4 e 3 anni). Al primo piano vivevano Salvatore Indorato (58), la moglie Concetta Fichera (61) e il nipotino Giuseppe di un anno i cui genitori lavoravano in Svizzera. Al secondo piano abitavano i Cardaci: Santo (57), la moglie Maria Gulizia e il figlio Carmelo di 9 anni. Coinvolti anche i coniugi Salvatore Pinieri e Giovanna Giglio che abitano in una casa accanto, parzialmente crollata a causa dell’incidente.
I soccorsi furono molto rapidi e si conclusero tra le 7 e le 8 del mattino. Infatti dopo solo 20 minuti fu salvata Maria Gulizia (“in preda ad una fortissima crisi nervosa [che] invocava in quell’istante il nome del suo figlioletto [Carmelo]”). Suo figlio fu ritrovato cadavere accanto ad una mula che era alloggiata in un ‘catoio’ al pian terreno (“[la mula] non ha riportato nemmeno una scalfitura [sic!]”). Santo Cardaci e la signora Maria si erano salvati grazie a delle assi e un tavolo che li avevano protetti. In seguito furono tratti in salvo la signora Valeri e quattro dei suoi figli, mentre il marito, al quale per lunghe ore aveva tenuto la mano, e due dei figli erano deceduti: la piccola Concetta nel crollo e Agrippina mentre la si trasportava al nosocomio cittadino distante appena 150 metri al luogo dell’incidente. I più gravi per ustioni e contusioni furono gli Indorato, ricoverati al Vittorio Emanule di Catania. Per i Pinieri i medici diagnosticarono solo un importante stato di shock.
In mattinata giunsero a Mineo il prefetto di Catania, il menenino dott. Pietro Rizzo, e il questore dott. Buttiglione. Il ministro Scelba mise immediatamente a disposizione dei sopravvissuti 300 mila lire [***] mentre il commissario al Comune dott. Giuseppe Salerno si attivò per coprire le spese delle esequie e di alloggio per i superstiti.
Il giudice Mezzofiore della Procura di Caltagirone, affidate le indagini ai Carabinieri della Compagnia di Caltagirone e della Tenenza di Vizzini, ricostruì senza difficoltà gli accadimenti: gli Indorato la notte prima avevano dimenticato di chiudere la bombola o il fornello, la mattina la signora Concetta (in un primo momento si disse il signor Salvatore) era entrata in cucina per scaldare il latte per il nipotino Giuseppe, accortasi che la stanza era satura di gas aveva allertato il marito e poi “inavvertitamente” (o secondo “La Stampa”, con l’intensione di vedere e di rendersi conto meglio di quanto accadeva) attivò l’interruttore elettrico dal quale scaturì l’incendio. La bombola era nuova ed era stata acquistata proprio il giorno prima.
Le salme furono composte in una camera ardente presso l’ospedale, nella quale nel giro di poche ore “il popolo [sfilò] commosso dinnanzi alle bare delle quattro vittime” (C. L., “La Stampa”).
In segno di lutto i locali del paese rimasero chiusi già dal giorno stesso e per i successivi tre giorni di lutto cittadino.
I funerali previsti per il 23 furono rinviati per permettere ai parenti delle vittime residenti a Firenze e in Svizzera di partecipare e celebrati il 24 presso la “Chiesa Madre” [sic! - Santa Agrippina?].
Il presidente della Regione Siciliana, Benedetto Majorana della Nicchiara, inviò al Commissario Salerno un telegramma: “Nello apprendere con vivo cordoglio grave sciagura che habet colpito cittadinanza codesto centro, seguito scoppio bombola gas liquido, pregola porgere sentite condoglianze et espressione mia affettuosa solidarietà at familiari vittime mentre formulo fervidi voti augurali sollecita guarigione feriti. Riservomi accordare con apposito provvedimento provvidenze favore sinistrati”.
Si disse che alcuni dei più piccoli si salvarono grazie alla provvidenziale protezione di un grosso paiolo, si dissero molte cose, ma si sa questo è quanto accade alla cronaca quando diventa memoria collettiva o leggenda urbana. Sicuramente la vicenda ha lasciato certamente un segno indelebile nella memoria dei minioli e a testimonianza di questo basti ricordare quante mamme o nonne ci hanno ordinato, come un inquietante mantra, di non lasciare il gas aperto e, soprattutto, di non accendere la luce quando c’è puzza di GPL.

Fonti:
Enzo Asciolla, “Quattro morti e dodici feriti a Mineo fra le macerie di una casa crollata”, in «La Sicilia», 279, 1960, pp. 1-2.
“Stamane [sic!] i funerali alle vittime del crollo”, in «La Sicilia», 280, 1960, pp. 1-2.
C. L., “La scintilla dell’interruttore fa esplodere il gas e crollare una casa: quattro morti e dieci feriti”, 279, 1960, p. 11.
“Dodici scampati al crollo nel Catanese”, «Stampasera», 279, 1960, p. 5.
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Note:
[*] Le informazioni qui raccolte sono tratte dai quotidiani d’epoca, ovviamente, i fatti non necessariamente sono andati in questo modo. Forse la memoria di alcuni lettori è più attendibile del racconto fatto da pubblicisti venuti da fuori.
[**] Ingresso dall’attuale Salita dei Margi.
[***] In base ai convertitori online 300mila lire del sessanta corrispondono a circa 4000 euro di oggi. Comunque una Fiat 500 trasformabile nel 1960 costava circa 395mila lire.
[****] La parrocchia di S. Pietro, nella persona del compianto prevosto don. Antonio Novità, donò 4 letti ai superstiti del disastro. Nell'ultima foto è immortalato il momento della benedizione che avvenne il 23 novembre 1960 (per la foto e la notizia si ringrazia il M° Agrippino Bonacia).