Lo disse Ducezio, lo confermò Capuana…
Sono giorni pesanti questi, il Coronavirus ci costringe al dolce far nulla e dunque stasera eccovi un post leggero leggero, e un po’ volgare. Ma questo siamo certi lo perdonerete.
Ogni miniolo che sia degno di questo etnonimo si è dovuto confrontare con alcune peculiarità tipiche della nostra comunità, in particolare caratteristiche “lessicali” che lo differenziano dagli abitanti dei paesi viciniori: “Joo,[*] ‘sta sciogna app’a veniri a martiddari ‘nnô me’ catuoju propia a l’ura ô càudu?” Ogni buon miniolo non avrà difficoltà a comprendere quanto sia stata screanzata quella signora “malicchiffariata”, ma i palagonesi, i licodiani, i monterrussani, per non dire i trapanesi e i panteschi qualche difficoltà la troveranno di certo.
Tra tutte le parole del nostro dialetto ce n’è una che è quasi un busillis per i nostri compaesani, al punto che nel corso degli anni si è ricorso agli illustri nostri grandi padri per “spiegare” l’inspiegabile.
“Lo disse Ducezio, lo confermò Capuana che la minchia a Mineo si chiama pirricana!” Immaginare Ducezio offendere Agrigentini e Aretusei, apostrofandoli con la nostra “malapparola” nazionale, ammettiamolo, fa un po’ ridere. Me lo immagino il Re dei Siculi nelle lande di Aitna gridare contro i Siracusani di Gelone «Πιρρικανης κεφαλοι!»
E poi don Lisi, lo scrittore e fine conoscitore della lingua di Dante, che all’ennesima lettera dell’amico Verga, gli risponde: «Giovà, ora mi hai scassato la pirricana!»
No. Non ci convince. Ma perché a Mineo (e anche in alcune altre cittadine dell’isola, a dire il vero) l’organo sessuale secondario maschile lo si chiami così? Il palermitano etnografo Giuseppe Pitrè a fine XIX secolo, fa un po’ di luce sul mistero: «Ferracani-pernacani”, antica ingiuria dei Siciliani contro i Guelfi, che perciò erano chiamati doppiamente cani (“pierro” [sic! Sarebbe “perro”], spagn. Cane). Questa ingiuria era divenuta così ignominiosa, che il Parlamento Siciliano sotto Federico II l’Aragonese [Federico III di Sicilia, NdC] sancì delle pene a chi osasse ripeterla (Cap. V Reg. Frid. “De non vocando aliquem ferracane vel guelfo”)».
Prima di lui anche un lessicografo settecentesco, l’abate Michele Pasqualino, alla voce “Cani perru” spiega «dicesi ad uomo e per lo più ai fanciulli, e vale, ‘cane cane’, lo stesso che ‘perracanum’, o ‘ferracanum’, come si legge nei capitoli del Regno sotto Federico III: “ut nemo unquam vocet aliquem injuriose ‘ferracanum’, (che dopo emendato si legge) ‘perracanum. Dallo Spagnuolo ‘perro’, cane».
Ma ora una domanda sorge impellente: ma come si passa da un termine maschile (pirricani o cani perru - generica offesa ispano-cinofoba) ad uno di genere grammaticale femminile legato al pene (pirricana)? Il cambio di sesso è facile da spiegare, ché in siciliano l’organo sessuale maschile è di genere femminile e vice versa. Lo slittamento di significato lo si può spiegare con una sorta di riflusso semantico: come uno stupido è una “una minchia”, una minchia può prendere l’appellativo di uno stupido (cani perru).
Convinti? Sì? No? Mah! Forse non lo sarebbero Ducezio o Capuana, ma tant’è…
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[*] Joo-land si riferisce proprio alla tipica interiezione di Mineo. Sullo "joo" miniolo si dovrebbe fare un trattato a sé.