Agrippino Costa

(Mineo, 1942 - Lecce, 2017)

Da rapinatore, terrorista gentile ad amaro poeta

No, non è una storia di criminali, anche se ne potrebbe avere tutti gli elementi, né quella di un illuso, almeno non nella sua intierezza. Questa è la storia di una discesa in molti inferi e del riscatto di un uomo che ha pagato, in fine pagato in prima persona i propri errori traendone una grandissima lezione: si può sempre rinascere a nuova vita, senza rinnegare se stessi, e il riscatto non può non essere poesia. Non siamo vasi che si riempiono di nuova acqua, ma gomitoli che crescono di giorno in giorno avvolgendosi sugli strati di lana precedente, sempre nuovi, sempre vecchi.
La storia di Agrippino Costa inizia a Mineo nel '42 e finisce a Lecce 76 sei anni dopo. Una storia che potrebbe ricordare un feuilleton francese ottocentesco se non si fosse intrecciata drammaticamente con la storia recente della Repubblica.
Figlio di un carabiniere, orfano di madre ancora bambino, già a 14 anni fugge di casa. Il padre si risposerà e avrà altri figli. In una lettera del giugno del 1982 a Vincenzo Solli, così racconta i suoi anni giovanili: "Provengo dal profondo sud di una terra siciliana – Origini contadine – immigrato con la famiglia nella Torino operaia fin dall'infanzia. A quattordici anni ero già in fabbrica a respirare veleni di vernici e profumi di cianuro. Poi l'arte del fornaio per ben 6 anni. Poi la rabbia di una miserabile esistenza che si tradusse in brandelli di "incoscienza armata" convinto di trovare in banca una manciata di serenità. Così fu il battesimo del carcere nell'anno del maiale... nel lontano 1964 – Volarono come secoli quei tre anni di vita – Venne la libertà e decisi l'avventura nella Francia gollista".
Vive il '68, in Francia, a Marsiglia. Dove si arrabatta facendo il buttafuori nei bordelli e nei club privati della città, e anche il rapinatore di banche e il ladro di opere d'arte. Un sognatore, un rapinatore gentile? Il suo primo colpo (oro, gioielli, soldi, preziosi dipinti, tra i quali una 'Venere' del Botticelli e opere di Guardi e Buonconsiglio), fu nella villa del presidente della Croce Rossa internazionale sul lago di Ginevra e lo realizzo per strappare una prostituta, di cui mi era innamorato, al suo protettore. Preso andò in carcere, due anni di lavori forzati da cui tentò per due volte di fuggire. Rimpatriato finì ancora una volta in carcere (7 anni che divennero venti a causa dei numerosi tentativi di evasione: settima tentata evasione nel 1976, decima evasione nel 1981). Proprio in carcere si avvicinò ai Nuclei Armati Proletari e poi a Moretti, a Curcio, alle Brigate Rosse. In un intervista Pino Costa dichiarò riguardo a quegli anni d'impegno radicale: "Credevo nella rivoluzione, in un cambiamento della 'società'. Forse ero un idealista, un sognatore, chissà." Idealista e sognatore, un fiancheggiatore delle BR che non volle mai uccidere. Durante una rapina a Torino, non fece altro che rassicurare gli ostaggi.
In carcere è indisciplinato, un ribelle, ma è anche un leader che sa parlare agli altri detenuti, che sa organizzare rivolte, che non rinuncia a scrivere canzoni e, da buon miniolo, poesie.
Alla fine finì con l'essere rinchiuso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, dal quale fu liberato grazie ad un appello del premio Nobel Dario Fo e della moglie Franca Rame, con i quali reciterà in un piccolo ruolo in "Morte accidentale di un anarchico".
Ricordando gli anni della militanza, dichiarò : "Nessun rimpianto, nessuna nostalgia. Solo ricordi, a volte sfuocati, li rincorro, per ricomporre mosaici a cui manca sempre qualche pezzo. Ma è difficile parlare del passato. Inconsciamente tendo a dimenticare. Eppure sono sempre stato convinto che la nostra rivoluzione fosse giusta. Anche la nostra rabbia. Erano sbagliati i metodi di lotta, ma noi ci credevamo. Ma tutti abbiamo pagato. Nessuno escluso. Qualcuno ha pagato anche con la morte […] Lo ripeto, mi sento un sopravvissuto, un redivivo in un mondo che forse non mi appartiene più".
Il riscatto di Costa è partito da lì. Dalla poesia, dall'arte e dalla famiglia, non in quest'ordine e non separatamente. Quando parlava dei suoi figli diceva: "In fondo dalla vita ho avuto molto di più di quello che ho seminato". Sei dei suoi ragazzi, in totale dieci, hanno studiato danza con straordinario successo. Stefano, il più grande, ha lavorato al Balletto Nazionale del Perù, Francesco Daniele ha vinto l'audizione per entrare nel corpo di ballo del Teatro dell'Opera di Vienna, Chandra Emanuele e Joshua Eugenio nella compagnia del Teatro dell'Opera di Nizza. Poi anche Alessandro Eliseo e Jonathan Enea. La danza è libertà, la poesia è libertà… e non è poco per chi ha vissuto venti anni in una piccola cella. In quei luoghi, a Fossombrone, a Trani, a Pianosa (dove riceve una "valanga di lettere" di solidarietà, anche da parte del grande fumettista Andrea Pazienza), all'Asinara, nel carcere di massima sicurezza di Augusta (primo da esserne fuggito), ha confessato di aver pensato spesso alla morte. Ha pagato un prezzo alto: torturato fisicamente e psicologicamente, alla fine ne è uscito grazie alla sua straordinaria forza spirituale e alle sue inusuali passioni.
Morì nel capoluogo salentino la mattina del 21 marzo 2017.
A lui nel 2012 il regista Piero Cannizzaro ha dedicato un docu-film, 'Ossigeno'.
Agrippino Costa ha pubblicato la raccolta poetica "Il delirio dell'oltre" (Lecce, 2000).