Scritture

Distratti e lontani
Carlo Blangiforti, Distratti e lontani, MEF, Firenze, 2009
Vincitore del premio L'Autore

Da "Sangue lontano - Il prologo"

Che forma prende
la cera degli anni
che si scioglie in lamine.
Quella dell’olio limpido
che unge il mozzo-coda-di-ratto
notturno, diurno, acrono.
Quella non di me
che bussando al vostro labbro
consolazione non porto.
Jeméprise la costrizione
delle sillabe leporine,
le gabbie grammaticali
del vostro ricordo.
Jeméprise il senso
del metronomo serale,
del cavallo.
Il cigolio di voi carrettieri
che salmodiando
trincavate vino e stridore,
il cigolio leggero del fumo
delle stoppie e degli agavi
jeméprise.
Il vostro passo enumero,
lucertole paraffine,
che non conoscevate legami,
né svolazzi di significanti.
e il petrolio ardente che gocciava,
sulla trubba bianchiccia
si spandeva come la lancetta
degli anni postali.
Una ruota indiscreta,
una goccia panciuta,
al cui centro una bolla
di soffi leggeri
dà forma umana.
Cerchio, uno, cerchio:
conto i raggi sulle punte
dei miei capelli
mentre giacevate supini
sulla schiena del carretto.
Io li ho contati
e memoria non mi inganna,
e li ho recisi:
ora scrostando le spine acerbe,
ora baciando i petali maturi.
Io li contai e li raccontai
nell’attesa che una goccia
desse la misura del tempo
trascorso e di quello da venire.

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Carlo Blangiforti, Distratti e lontani, MEF, Firenze, 2009
Vincitore del premio L'Autore

Recensioni

Distratti e lontani come sversi d'altri tempi
La Sicilia - ed. Ragusa (23 gennaio 2011)
di Antonio La Monica

Pier Paolo Pasolini sosteneva che per essere poeti bisogna avere molto tempo. Ore ed ore di solitudine “per dare stile al caos". Ora non sappiamo quanto tempo avuto a sua disposizione Carlo Blangiforti ma siamo certi che tra le pagine della sua raccolta. 'Distratti e lontani". la poesia abiti a buon diritto. L'autore. del resto. è un personaggio particolare.
Ragusano d‘adozione. impiegato in un ente dello Stato, grafico per diletto. scrittore e umorista per alcuni giornali on line. Serafico agitatore culturale nella sua città d'origine, Mineo.
Cosi sì descrive: "Hobby pochi: la pigrizia cronica, la scrittura apatia. il disegno al tratto. il cinema che non fa addormentare e la lettura improbabile: il tutto rigorosamente da amatore. ll mio motto potrebbe essere: “Voi iniziate a fare. io. credo, vi seguirò”. Presentazione non del tutto sincera se si parte dal suo libro d‘esordio, edito da “Firenze libri” e vincitore del premio indetto dalla stessa casa editrice toscana. Precisazione utile per sottolineare che non ci troviamo dinanzi al solito lavoro del poeta locale invaghito dall‘idea di pubblicare un suo testo e disposto ad assumersene gli oneri (tanti) oltre che gli onori (speso pochi).
“Ad essere distratti e lontani chiarisce l'autore - non sono. corne si può esser tentati di credere,  i potenziali lettori o le persone, i tanti fantasmi che sono evocati nelle poesie. Distratti e lontani sono proprio i versi, le poesie che appartengono ad un tempo lontano, in cui la memoria e il sentir d'istinto erano la stessa cosa. La maggior parte delle poesie, infatti, risale a più di vent’anni fa”.
Dunque i versi: “Il poema è come noi: né ritmo musicale di sillabe, respira, limpido naviga, aspetta giusto il tempo di una lettura e poi di colpo, senza volere tace…”
Passaggi che esprimono. tra le altre cose. l'idea stessa di poesia che ha Carlo Blangiforti. La presentazione del volume. nella saletta della libreria Saltatempo. è una buona occasione per ascoltare i versi del poeta letti da Cinzia Amato e Ciccio Schembari. “Il libro - spiega l'autore - raccoglie cinquanta poesie in quattro sezioni che. per quanto. Presentino natura e forme molto differenti. mantengono in comune il distacco ammirato e nostalgico nei confronti delle cose narrate. La prima parte è Sangue lontano. un poemetto che narra il viaggio notturno, una sorta di viaggio d‘iniziazione, di una carovana di carrettieri nella Sicilia degli anni '30 vissuto attraverso gli occhi di un bambino, Agrippino. Le altre sezioni, Lontane passioni, Lontani affetti, Luoghi lontani, parlano di amori, di volti, dei luoghi della fuga e dell’impegno, una biblioteca di cose che per quanto lontane sono sempre con noi, cose che si devono ritrovare per amore di giustizia e per sentirsi ancora vivi.”


Distratti e lontani
di Salvina Monaco

La raccolta di poesie Distratti e Lontani è uscita nel 2010, edita dalla casa editrice Firenze Libri in quanto vincitore, l’autore, dell’edizione 2008 del prestigioso premio letterario nazionale L’Autore. È il primo libro che Carlo Blangiforti pubblica a livello nazionale ma a quest’opera prima non giunge – come vedremo – con una scrittura inconsapevole e acerba: il libro è il frutto del lungo laboratorio a cui lo scrittore ho sottoposto la propria scrittura, praticamente da sempre dedita alla creazione di poesie, pièce teatrali, novelle e romanzi brevi.
Il titolo rimanda di certo al cumulo di ricordi e luoghi e amori lontani che vengono evocati attraverso le parole con cui l’io poetico conta e racconta per indagare «che forma prende / la cera degli anni /che si scioglie in lamine». Ma sono allora le parole stesse, nel loro farsi versi, a trasferirsi in un tempo lontano, a quel tempo – come ha dichiarato l’autore – in cui «la memoria e il sentir d’istinto erano la stessa cosa».
La raccolta consta di 50 poesie distribuite in quattro sezioni molto differenti per natura e forme. Il trait d’union tra tutte si ricava già dai titoli di ciascuna sezione, con l’insistito ripetersi dell’aggettivo “lontano”, variamente declinato: già da qui si coglie la volontà di rendere, attraverso il canto poetico, il distacco ammirato e nostalgico nei confronti delle cose narrate: rispetto ai legami familiari e ai ricordi a essi connessi; rispetto agli amori e alle passioni di un tempo; rispetto ai luoghi.
La stessa natura dei componimenti è poi diversa: ci sono quelli che presentano uno sviluppo narrativo complesso e quelli che esauriscono la loro forza in pochi versi; alcuni utilizzano copiosamente, ma mai in modo pedante, i più consueti artifici retorici, altri invece sono volutamente essenziali, quasi scarni nella loro linearità che, però, accresce piuttosto il valore – mai scontato – di ogni parola.
Sangue lontano
La prima sezione (quella di cui qui tratteremo per una individuazione e analisi delle sue tematiche principali) si intitola Sangue lontano; è questa la sezione che si discosta maggiormente dalle altre per il suo essere, in realtà, un vero e proprio poemetto che, oltre a un prologo e un epilogo, contiene ben otto capitoli, ciascuno dei quali corrispondente a una diversa fase del viaggio narrato.
Il poemetto – i cui personaggi sono realmente esistiti – narra del viaggio notturno di una carovana di carrettieri nella Sicilia degli anni ’30, vissuto attraverso gli occhi meravigliati e sognanti di un bambino, Agrippino Mandrà, rispetto al quale il poema si pone dunque quale Bildungsroman. Per Agrippino tale viaggio rappresenterà soprattutto un viaggio d’iniziazione: dalla visione trasognata delle cose – propria delle fantasie fanciullesche e popolari – passerà, divenendo così adulto, alla graduale appropriazione del senso della vita, in tutta la sua crudezza.
Sua guida è il padre ubriaco, Papantonio, il cui ruolo, duro e sfacciato, ricorda un po’ quello di Concezione, la madre del protagonista dell’opera di Elio Vittorini Conversazione in Sicilia: anche là un genitore avvia il figlio ai misteri del sesso e della vita attraverso le cinque fasi del viaggio compiuto da Silvestro, corrispondenti a cinque parti diverse del romanzo.
Il viaggio viene colto già nel suo prepararsi, con la descrizione dei luoghi e delle cose che si unisce a quella dei gesti rituali di un tempo lontano: Papantonio, svegliatosi nel cuore della notte, si accinge a partire; Mammaciccia saluta il marito dopo avergli preparato “un pezzo di terra” – lei che è madre-terra, casa e ventre – con cui scaldarsi durante il viaggio, e gli raccomanda il figlio Agrippino, perché gli dia il buon esempio.
Durante il viaggio Agrippino si trova a condividere i sogni – anch’essi fatti di “terra” – del padre: Papantonio, infatti, in viaggio sul carretto con accanto il figlio, si abbandona al vagheggiamento dei giardini rigogliosi in cui avrebbe trasformato la terra di Santuzza un giorno, quando finalmente avrebbero lì rivissuto i “fantasmi familiari”. Quel giorno nessuno dei suoi figli si sarebbe più vergognato di lui, di quel «loro padre dalla vena alcolica»…
Nel corso del viaggio nel quale si compie il suo percorso di crescita, Agrippino ha modo di godere, ovviamente, pure del bello di un mondo a lui fino a quel momento ignoto, come della vista del fiume Simeto: Agrippino non può che guardare meravigliato quella tanta acqua, quel “tanto diluvio” mai visto prima. Di grandissima poeticità i versi in cui si delinea quasi la vita dell’acqua del fiume, che «stilla dalla Montagna /come l’umore di un’allegra ferita» (si noti l’ossimoro), e viene poi colta in tutte le sue fasi e i suoi aspetti: vapore, umidore, goccia, rivolo, ruscelletto, torrentucolo, fiume lattiginoso, schiuma di mare. Non appare privo di significato l’insistito soffermarsi sulla descrizione dell’acqua: questa – che a un certo punto diviene “carni liquide” (si noti qui la sinestesia) – rappresenta la vita e dà la vita e, nel suo modificarsi, misura il divenire dell’esistenza.
Ma Agrippino conosce soprattutto la violenza del forte e il rassegnato chinarsi del debole all’ineluttabilità della sopraffazione: durante il viaggio, scandito dalla “sinfonia degli zoccoli sfarinati” e dai canti e dai brindisi degli uomini, “la lunga ferita nera” che è il convoglio dei menenini si imbatte nelle «fantasime dell’assassinio, / le larve inquiete dell’abigeato»: sono “i briganti, i ladri, le gazze rapaci”. Agrippino si scontra così anche con la paura di Papantonio che «tremava di un tremuoto terragno» (si noti la forte allitterazione) e, anche attraverso questa paura, il padre si fa via via sempre più uomo. Al terrore segue la disperazione per il furto subìto: non c’è più canto fra “gli eroi del poema disperato”, ma solo “il silenzio, ancora il silenzio”. Ed è allora ancora più forte la consapevolezza di ciò di cui ha bisogno il carrettiere: «la libertà, la giustizia, l’invidia, / il grasso di montone per il mozzo / e il vino per la tristezza». All’esperienza della sopraffazione seguono quella del sesso (conosciuto, con stupore, da Agrippino attraverso la voluttuosa Venere del Fondaco, Agata, a cui è spinto dallo stesso padre) e l’arrivo alla città, Catania, di fronte alla quale Agrippino è sovrastato dalla meraviglia per le vetrine, le signorine dalle labbra rosse, per le fragranze che “addolciscono” l’aria: Catania è il nuovo mondo, quello che ha abbandonato le ataviche leggi dell’esistere. Dice Papantonio al figlio: «“qui l’eguaglianza è stata dimenticata, /anima bella, gli uomini hanno dimenticato / il piacere dell’equilibrio e della parità”».
Nella città – che sta per modernità – ci sono solo «la noia, l’incoscienza, l’oblio di chi non può più vedere»: in questo mondo non può più esserci spazio per i poemi in quanto questi ultimi “non possono avere più eroi” di cui non sentono la necessità… perché gli eroi sono fatti della sostanza dei sogni!
Il viaggio di Agrippino volge verso la fine e, con questo, anche il poema: «Il poema è come noi: / né ritmo musicale di sillabe, / respira, limpido naviga, aspetta / giusto il tempo di una lettura / e poi di colpo, senza volere tace…».
Agrippino diviene un adulto e, attraverso la voce del padre ubriaco, scopre il tragico destino suo e dei suoi fratelli: Pino morirà nell’affondamento di una petroliera durante la Seconda Guerra Mondiale, a Tobruk, in Libia. Della sua morte sappiamo nell’Epilogo del poemetto: dinnanzi a una madre impazzita per il dolore, compare l’ombra del figlio che fu, per un estremo saluto, per l’invocato ricordo di chi non ebbe «nessuna croce: / né sulle onde, né al porto, né al Rabbato». Spetta allora alla poesia il ricordarlo, e l’io poetico lo dice infine: «Io ho contato le sue parole, / le ho recise dal tronco / e le ho adagiate acerbe sul dorso / del carro funebre, quei petali».


Intervista

Così distratti, così lontani
intervista a Carlo Blangiforti di Silvia Girasa
www.italianotizie.it (17 dicembre 2009)

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A fine 2009 è uscito il primo libro, una raccolta di poesie, di Carlo Blangiforti. Il testo Distratti e Lontani, edito dalla casa editrice Firenze Libri, è uno dei vincitori dell’edizione 2008 del prestigioso premio letterario nazionale L’Autore. Ripresento l'intervista fatta all’autore del libro da Silvia Girasa di Italianotizie.it.

Carlo, parliamo innanzitutto di te.
Beh, la mia biografia si può riassumere in poche righe. Sono di Mineo, in provincia di Catania, ho fatto studi tecnici a Caltagirone e l’università a Torino e a Catania. Sono laureato in lingue, russo e tedesco.

Da quanto tempo scrivi?
Scrivo da sempre. Questo è un classico. Ricordo vagamente le prime cose, da bambino: fiabe e poesie. Una cosa naturale che mi ha accompagnato durante tutta la mia vita. Più avanti sono arrivati gli articoli giornalistici,  le pièce teatrali e qualche romanzo breve. Tranne qualcosa pubblicato o rappresentato grazie al Centro, a livello locale, questo è il primo libro che viene pubblicato a livello nazionale.

Distratti e lontani, perché questo titolo?
Distratti e lontani. Ad essere distratti e lontani non sono, come si può esser tentati di credere, i potenziali lettori o le persone, i tanti fantasmi che sono evocati nelle poesie.  Distratti e lontani sono proprio i versi, le poesie che appartengono ad un tempo lontano, in cui la memoria e il sentir d’istinto erano la stessa cosa. La maggior parte delle poesie, infatti, risale a più di vent’anni fa (Alcune poesie sono rimaste fuori dalla raccolta e le proponiamo in questa occasione in appendice, NdA)

Secondo te, la nostra è un’epoca adatta alla poesia?
Non esistono epoche poetiche o prosaiche, si tratta di forme che possono più o meno adattarsi all’evoluzione sociale di un dato momento storico. Se la poesia è in grado di trovare una forma, come in parte ha trovato  grazie alla musica, allora la nostra può essere un’epoca a cui la poesia può adattarsi. Certo è che il numero dei lettori di poesia, ma anche di romanzi o racconti, non è alto. Escludendo thriller, noir, gialli e poco altro, si legge pochissimo in Italia.

Com’è costruita questa raccolta?
Io ho una vera passione per le strutture simmetriche, per le elencazioni e per i numeri. Nella raccolta sono presenti delle poesie che sono delle vere e proprie liste della spesa. Scherzo, ma non saprei come descrivere La canzone delle 26 metafore o La canzone dei tre ossimori. Le cinquanta poesie sono state raccolte in quattro sezioni di natura e forma molto differenti. Mantengono in comune il distacco ammirato e nostalgico nei confronti delle cose narrate. Ci sono componimenti che si sviluppano attraverso un intreccio narrativo complesso, altri che si esauriscono in pochi versi, in alcuni utilizzo copiosamente i più consueti artifici retorici, altri cerco di essere essenziale.

Hai detto quattro parti…
Sì. La prima è Sangue lontano. In realtà è un vero e proprio poemetto con tanto di prologo ed epilogo. Si tratta di un viaggio notturno di una carovana di carrettieri nella Sicilia degli anni ‘30 vissuto attraverso gli occhi di un bambino, Agrippino Mandrà. Si tratta di un viaggio d’iniziazione. Alla fine Pino diverrà un adulto, non prima di aver  conosciuto il tragico destino suo e dei suoi fratelli  attraverso la voce del padre ubriaco.

Si tratta di una vicenda familiare?
I personaggi, aldilà dell’invenzione narrativa, sono realmente esistiti. Io spero di esser riuscito a renderli ancora più reali, iperreali per così dire. Spesso la parola reinventata riesce a descrivere una verità profonda difficilmente afferrabile sul piano della mera biografia. Agrippino, un mio prozio materno, muore nell’affondamento di una petroliera durante la Seconda Guerra Mondiale, ma quel che ha vissuto, che i suoi cari hanno vissuto, lo può restituire solo la poesia.

Le altre parti di cosa parlano?
Di amori, di passioni. Ci sono poesie in cui tornano i miei affetti più cari, i volti delle persone che mi hanno dato tanto. Un album amicorum di persone a cui ho voluto e voglio tanto bene e che hanno contribuito a fare di me, con tutti i difetti che ho, quel che sono.

L’ultima sezione è Luoghi lontani. Cosa sono i luoghi lontani?
Anni a dietro mi erano capitate tra le mani Le mappe blu dell’avventura, erano carte geografiche distribuite assieme ad una rivista di fumetti della RCS, Corto Maltese. Le mappe erano una trasposizione cartacea dell’immaginario collettivo: vi si trovavano Macondo, El Dorado, i forti della Legione straniera nel Sahara, il percorso della Transiberiana, i protagonisti della rivolta dei Boxer, le vicende coloniali in Sudamerica, l’epopea dei mafiosi di Little Italy e di Buenos Aires. C’era di tutto! Questi sono i luoghi lontani, sono i luoghi della fuga e dell’impegno, la biblioteca in cui si ripongono le cose che si devono ritrovare, per amor di giustizia e per sentirsi vivo, ancora una volta vivo. Queste poesie furono scritte tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90, anni cruciali nella storia di ognuno di noi. Allora, in quella soffitta avevo accatastato i miei valori, lo sdegno civile contro ogni violenza, la memoria di cosa è stato il nazifascismo, ci avevo messo le guerre di Bosnia, Iraq e Kosovo, avevo conservato  in quella sorta di soffitta i valori dell’antimafia e dell’antirazzismo… Oggi è il momento di andarli a disseppellire. Come si vede i luoghi lontani non sono poi così lontani…

Quale grande poeta si potrebbe ritrovare in Distratti e lontani?
Ogni volta che si leggono racconti, si recitano versi, inconsapevolmente se ne assorbono voci, senso, costruzioni e suoni. I russi chiamano skaz, il modo con cui viene realizzato un racconto, l’atteggiamento con cui si realizza l’approccio a quella data materia. Il mio skaz deriva inevitabilmente dai grandi nomi della letteratura mondiale. Nelle poesie, nelle mie poesie, c’è tutto quello che ho ammirato in grandi scrittori come Neruda, Bonaviri, Puškin, Majakovskij ecc. Qua e là compaiono vere e proprie citazioni (Quasimodo ad esempio) a mo' di tributo. Amo Neruda per la capacità di rendere vive le cose e Buttitta per il dono di trasformare il quotidiano in impegno e magia, dal Puškin dell’Evgenij Onegin ho preso l’idea di poter narrare una vicenda utilizzando il verso.
Ma il mondo a cui mi sento più vicino è quello delle piccole cose. In questo sono debitore ad un altro grande menenino, Giuseppe Bonaviri e al gigante discreto della letteratura italiana contemporanea, Bertolucci. Ad esempio quando scrissi Sangue lontano io non avevo ancora letto La camera da letto di Attilio Bertolucci, ma lo avevo visto in TV recitare, rimasi folgorato. Colpito rimasi vedendo L’albero degli zoccoli di Olmi. Ecco nelle poesie mi piacerebbe ricreare quel tipo di universo…

Un mondo familiare, arcaico come quello del tuo paese…
Le radici sono importanti. Sono di Mineo. Il legame tra Mineo e la poesia è molto forte, spesso sopravvalutato, ma molto forte. Aldilà dei miti che piace tramandare di Parnasso siculo, è vero che tutti hanno composto almeno un verso nella loro vita, che comporre non è un fatto ‘culturale’ ma ‘istintuale’, è vero che a differenza di altri posti fare poesia non è visto né come un vezzo adolescenziale né come un atteggiamento balzano. Basta pensare che sull’atto di morte di Paolo Maura, poeta del XVII secolo, alla voce professione è scritto “poieta”.
A Mineo ho passato la maggior parte della mia vita. Come le letture che ho fatto, i libri che ho letto, i film che ho visto, le persone incontrate, Mineo ha contribuito a formare le immagini, le metafore, le sensazioni, gli odori che utilizzo cercando di ricreare il mio mondo poetico.

Ma in definitiva che cos’è la poesia.
Robert Frost diceva «la poesia è ciò che si perde in traduzione». Ma cosa si perde? Il suono, certo, ma anche tutto quel che una singola parola è capace di evocare in un lettore. La poesia più della prosa è questo, è evocazione.